La Storia

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L’Icona di Maria madre di Dio, Vergine del Silenzio

Da qualche tempo un’icona della Madre di Dio che porta il dito alle labbra con un gesto che invita al silenzio circola ampiamente e suscita interrogativi. Noi vorremmo che suscitasse soprattutto la fiduciosa preghiera. E usciamo un po’ a fatica dal silenzio per rispondere a quanti pongono domande. Lo facciamo però con gioia, perché in genere non si tratta di curiosità, ma di affetto suscitato da un’immagine che ha toccato il cuore e, forse, comunicato grazia.

Che cos’è un’icona

Un’icona non è semplicemente un dipinto a soggetto religioso. A differenza dell’arte occidentale che a partire dal 1300 circa si allontana da questa concezione, l’icona non vuole riprodurre ciò che si vede con gli occhi né l’impatto emotivo prodotto dalla realtà contemplata. È invece piuttosto l’invocazione della Presenza di ciò che viene raffigurato, e nel contempo è la risposta da parte del Signore: “Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: Eccomi!” (Is 58,9). È -letteralmente- rappresentazione. Una preghiera che passa attraverso la materialità dei colori, delle forme, delle linee.

L’icona favorisce realmente l’incontro con il Signore, con la Madre di Dio, con i Santi per coloro che la accostano con fede. È cioè un sacramentale. Il secondo Concilio di Nicea (787), l’ultimo della Chiesa indivisa, ne ha riconosciuto la legittimità e l’efficacia -dopo un secolo di discussioni, approfondimenti e lotte fomentate dai potenti- affermando che “il credente che venera l’icona venera la realtà di chi in essa è stato riprodotto”.

Qui dobbiamo limitarci a brevi spunti circa la teologia dell’icona. Chi volesse approfondire può accostare, tra molti altri, un testo di T. Spidlik e M. I. Rupnik, “La fede secondo le icone” (ed. Lipa). Aggiungiamo solo qualche annotazione utile a comprendere meglio l’icona di cui parliamo.

Perché l’icona è un sacramentale

Che cosa conferisce all’icona questo carattere sacramentale? È la compresenza di alcuni elementi che entrano nella sua composizione. In primo luogo sta ciò che in ordine di tempo viene per ultimo, e cioè la benedizione della Chiesa: a compimento del lavoro, con una preghiera apposita il sacerdote invoca sulle tavole scritte -si dice: “scrivere le icone”- la presenza santificante della Trinità “affinché quanti le guardano con devozione, venerandoti umilmente davanti ad esse, ottengano la misericordia, la grazia e la liberazione da tutti i mali e siano resi degni del regno celeste”.

In secondo luogo l’iscrizione del nome di ciò che è rappresentato, perché come si è detto sopra l’icona è come un’invocazione visiva di quella Presenza. Nell’Antico Testamento il nome non è solo un segno distintivo o un titolo, ma è relazione viva con la realtà che indica. Con l’iscrizione quindi l’icona è legata alla realtà del soggetto che rappresenta. Cioè, semplicemente: ce lo presenta come ci si presenta un amico, perché possa entrare anche nella nostra vita e nella nostra amicizia. Nel nostro caso, la scritta in caratteri greci è l’abbreviazione di Mhthp Èeoy (pronuncia: méter theù), Madre di Dio.

Terzo elemento che entra a costituire la sacramentalità dell’icona è il procedimento secondo cui è “scritta”. Questo non dipende dall’estro pittorico dell’iconografo, ma dev’essere conforme ai canoni dati dalla Chiesa, ispirati alla sua teologia liturgica e all’insegnamento dei Padri; indissolubilmente legata al procedimento tecnico è la preghiera, che accompagna fin dal progetto dell’opera il lavoro dell’iconografo. Il quarto elemento è allora lo stile di vita, il cammino di purificazione e conversione incessante dell’iconografo. Perché la preghiera non consiste in parole, meditazioni, pensieri devoti: la preghiera è autentica se è autentica una vita nella ricerca incessante del volto del Signore. Un sinodo russo del XVI sec., il cosiddetto “Concilio dei cento capitoli”, si è curato di riformare vari aspetti della Chiesa ortodossa russa dell’epoca e ha dedicato tra l’altro la sua attenzione alla preparazione spirituale degli iconografi, stabilendo che dovessero andare distrutte le icone –anche se di qualità- scritte da persone la cui condotta non fosse conforme al Vangelo.

Procedimento e significato

L’icona è dipinta secondo l’antica tecnica della tempera all’uovo. I pigmenti, cioè polveri colorate di origine minerale e organica (terre, pietre macinate, radici polverizzate), vengono amalgamati con una emulsione a base di tuorlo d’uovo, e stesi su un supporto di legno ricoperto prima da una tela leggera e poi da molti strati sottili di gesso, impastato con colla di coniglio o di pesce. Attraverso questi elementi inerti tratti dalla natura il Signore, la sua Madre, i Santi ci trasmettono l’immagine pregnante della loro Presenza: continua la logica dell’Incarnazione, dell’umiltà di Dio. E di conseguenza, per mezzo dell’icona che assume gli elementi del cosmo, quest’ultimo è riscattato dall’effimero, dal profano per entrare nel dinamismo della divinizzazione, cui è chiamato (cfr. Rm 8,18-22) L’icona infatti vuole rappresentare, rendere presente, non ciò che vedono i nostri occhi carnali ma la realtà spirituale.

Dobbiamo allora lasciarci introdurre in un altro genere di visione, che rimanda alle realtà eterne. La carnagione dei volti, ad esempio, non ha una tonalità rosea ma dorata, a significare la trasfigurazione dell’uomo; anche gli occhi sono talvolta ingranditi, con lo sguardo fisso sull’aldilà, e la fronte larga e alta indica il pensiero contemplativo. I lineamenti sono stilizzati, come pure l’esecuzione delle vesti, le cui parti più chiare (schiarimenti o “lumeggiature”) sono rese in modo geometrico: attraverso la geometria si vuole esprimere la perfezione del mondo invisibile. Alcuni colori hanno significato simbolico: la Madre di Dio è sempre caratterizzata da una tunica verde-blu e da una cuffia (“mitella”) dello stesso colore: la tunica è l’indumento più a contatto con il corpo, e il verde-blu indica l’umanità. Un ampio manto purpureo però avvolge tutta la persona: il color porpora, un tempo preziosissimo e perciò riservato agli imperatori, indica la divinità. Così si vuole proclamare che Maria è vera donna della nostra stirpe, ma Dio l’ha rivestita di sovrana dignità.

Nelle icone del Cristo Pantokrator (Signore onnipotente) i colori sono invertiti: la tunica o chitone è rosso porpora e il mantello è blu o verdeblu, per esprimere che egli, che è Dio, si è rivestito della nostra umanità. L’oro, più che un colore, è luce pura e indica la divinità: circondando la figura, la sottrae allo spazio e al tempo e indica che essa appartiene al mondo di Dio. Sono quindi d’oro anche le tre stelle sul manto della Madre di Dio e indicano la sua perpetua verginità, prima, durante e dopo il parto.

Com’è nata l’icona della Madre di Dio, Vergine del Silenzio

Come si è detto, iconografia è un’arte particolare: il suo intento non è di produrre opere originali o di evidenziare la bravura dell’artista, ma di annunciare il Vangelo rendendo presente la Parola attraverso l’Immagine. Perciò le icone sono molto ripetitive quanto a struttura formale, con piccole varianti significative all’interno di ciascuna, e il richiamo a modelli precedenti garantisce la correttezza del linguaggio iconografico. Nel nostro caso non c’è alcun modello antico di una Madre di Dio Vergine del Silenzio in ambito bizantino. Abbiamo avuto notizia che in anni recenti suor Renata dell’eremo di San Biagio a Subiaco ha scritto un’icona di questo soggetto.

In seguito il sig. Gianmario Carozzi affascinato da un affresco copto dell’VIII sec. raffigurante Sant’Annascrisse un’icona (Santa Maria del Silenzio) che rappresentava Maria a figura intera, con il dito sulle labbra e il gesto benedicente. Di questa icona, donata a P. Antonio Gentili, vennero fatte moltissime riproduzioni, anche su legno e su stoffa. Una di queste era stata donata al cappuccino fra’ Emiliano Antenucci, che desiderando un’icona vera a mezzo busto di quel soggetto la richiese al monastero dell’Isola San Giulio, e diede a una monaca iconografa i modelli che aveva: un’immagine dell’icona del sig. Carozzi e una dell’antichissimo affresco di Sant’Anna trovato a Faras, nell’Alto Egitto, e custodito nel museo nazionale di Varsavia. La monaca decise di ripartire da quell’affresco, davvero incantevole. Con qualche perplessità.

Per prima cosa, era possibile attribuire alla Madre di Dio lo stesso gesto di Sant’Anna, sua madre? Si ricordò allora che l’unico altro soggetto iconografico con quel gesto è San Giovanni evangelista, che la tradizione bizantina chiama Giovanni il Teologo per aver scrutato nel suo vangelo le insondabili profondità del Verbo di Dio incarnato. Perché nell’iconografia San Giovanni invita al silenzio? Per entrare nel Mistero, nell’ascolto del Verbo della Vita. E perché Sant’Anna invita al silenzio? Per entrare nel Mistero, nella contemplazione della sua maternità di grazia che prepara la maternità divina di Maria, sua figlia. E dunque, chi più di Maria ha diritto di assumere quel sobrio gesto? La Madre di Dio invita al silenzio, perché porta in sé il Mistero, la Parola eterna che si fa uomo tra noi per salvarci. Un altro serio problema: è possibile scrivere delle icone della Madre di Dio senza il suo Figlio? La tradizione dice di no. Abbiamo effettivamente pensato di rappresentare in alto la Trinità nel modo evocativo che è frequente nell’iconografia bizantina, con semicerchi concentrici di colore azzurro-blu irradiati d’oro e tre raggi discendenti (cfr. per esempio l’icona della Natività o della Pentecoste). Dopo molte esitazioni non l’abbiamo fatto, desiderando focalizzare al massimo l’attenzione sulla permanente inabitazione della Trinità in Maria, che nel silenzio la custodisce.

Un altro modello formale è dato dall’icona dell’Ascensione, in cui Maria è raffigurata in posizione centrale, frontalmente, lo sguardo rivolto allo spettatore. La mano sinistra con il palmo aperto -in atto benedicente secondo un gesto molto comune nell’iconografia bizantina, ripreso anche dalla nostra icona- indica con la sua verticalità il Figlio che ascende al cielo, mentre la destra è inclinata orizzontalmente, nella direzione del cammino: Maria ci invita a camminare nella storia tenendo fisso al cielo lo sguardo del cuore. Nell’icona della Madre di Dio del Silenzio, invece, la mano destra di Maria è portata alle labbra: come nelle icone di Sant’Anna e di San Giovanni “Teologo del silenzio”, si esprime che lo stupore per il mistero dell’incarnazione deve diventare atteggiamento permanente del cuore, ascolto ininterrotto del Verbo che incessantemente risuona nell’intimo, silente canto di lode che prorompe da tutte le fibre dell’essere.

Non è però andata perduta la simbologia del cammino che nell’icona dell’Ascensione la Madre di Dio dischiudeva: infatti il nastro aureo che tradizionalmente orla tutto il manto della Madre di Dio nella nostra icona è stato reso con oro bianco, nell’intento di assimilarlo a una strada. E qui abbandoniamo l’interpretazione iconografica in senso stretto per ascoltare ciò che lo Spirito suscita al cuore. La vita dell’uomo nella Bibbia è spesso paragonata a una via, un percorso che si apre davanti a noi passo dopo passo. La via ci è già tracciata dal Signore, mèta del nostro cammino, ma solo percorrendola si invera per noi, che restiamo liberi di smarrirci, se scegliamo di abbandonare il sentiero della verità per seguire miraggi illusori. Sulla nostra via la Madre di Dio si fa compagna di cammino e guida sicura. Ci invita a sostare, a considerare bene ogni cosa: il gesto della mano sinistra, autorevole e insieme dolce, evoca una parola che il Signore dice attraverso il profeta Geremia: “Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi dei sentieri del passato, dove sta la strada buona, e percorretela: così troverete pace per la vostra vita.”(Ger 6,16) Tale gesto esprime nello stesso tempo una benedizione che ci sospinge oltre: il nastro, partito dalla base della raffigurazione, sale, scende, prosegue invisibilmente, ricompare … La strada buona non è comunque tutta lineare, agevole, scontata: occorre fidarsi, seguire, lasciarsi condurre. Occorrerà salire e ciò comporterà fatica e perseveranza. Risparmiare il fiato… Ma il silenzio, necessario ad ogni autentico cammino di comunione con il Signore, è molto più di un mezzo ascetico.

Al culmine del braccio destro della Santa Vergine il nastro si interrompe, il percorso richiede un salto di livello che è indicato dal gesto di Maria: “Poni un sigillo alle tue labbra, custodisci la Parola nelle profondità del cuore, lasciati sorprendere dallo Spirito”, sembra volerci dire amorevolmente la Madre. “Quando non vedi più come proseguire nel cammino, quando ogni opportunità sembra perduta, quando le fatiche affrontate sembrano essere state vane, taci. Lasciati portare oltre dal silenzio, lasciati sollevare dall’amore, senza opporre resistenza, senza frapporre il tumulto dei tuoi pensieri. Allora ritroverai la via da seguire e in essa intravvederai il mio volto, e seguendola irradierai la mia pace”. Come Abramo, come Maria, come i santi che ci hanno preceduto nel cammino della vita, avanziamo nella fede: certi della felicità che ci attende, grati al Signore che ci ha chiamati per nome riscattandoci dal nonsenso, lieti di offrire al mondo la testimonianza che veramente Dio colma il desiderio del cuore.

Per concludere

Ci è giunta notizia che all’icona della Madre di Dio a mezzo busto da noi scritta sono state attribuite alcune grazie, per cui con Maria magnifichiamo il Signore! E ci è stato chiesto cos’avesse di particolare questa icona nel momento in cui è stata realizzata. Rispondiamo riportando due testimonianze: uno stralcio da una lettera a fra’ Emiliano, che l’aveva commissionata e una testimonianza scritta di recente per qualcuno che desiderava sapere come si accosta al suo lavoro una monaca iconografa.

Dalla lettera a padre Emiliano

Carissimo padre Emiliano, da più di vent’anni ho la grazia di poter scrivere le icone, insieme ad alcune sorelle della mia Comunità, e per ciascuna di noi questo “lavoro” è sentito come un dono personale di preghiera e un ministero di consolazione, di guarigione, di liberazione- a favore dei nostri fratelli. Realmente li immettiamo nella preghiera della comunità monastica quando scriviamo un’icona per loro; e non ne escono più, perché l’icona è con loro. Già nel farle abbiamo la percezione della Presenza, e talvolta veniamo poi a sapere che sono fonte di grazia per le persone che pregano davanti ad esse. La Presenza non è data sempre nello stesso momento, ma quando “c’è” noi sappiamo che tutto il seguito andrà da sé. Possiamo combinare qualunque guaio o decidere di modificare radicalmente l’espressione dei volti: di fatto non ci riusciremo a danneggiarla o a cambiarla, ormai “è lì”: indipendente da noi, ma data anche a noi. Nel caso della Vergine del Silenzio, fin dal disegno di bozza sulla carta era semplicissima e pregnante, terribilmente… eloquente! C’era già. Riportato il disegno sulla tavola, ancor più si confermava l’impressione: si sarebbe fatta da sé. Ci ho lavorato sopra molto tempo, ma più per il desiderio di stare con Lei che perché il risultato si facesse attendere. Questa comunque non è stata un’eccezione: accade così altre volte, ci ho riflettuto in questi giorni… e quindi anticipo le conclusioni finali, per poi lasciarti il resoconto scritto delle cose dette a voce. Lo spirito con cui compiamo questo lavoro-servizio-dono dell’iconografia è quello sopra descritto; e spesso sentiamo bene che l’immagine che consegniamo è carica di grazia. Ma è come consegnare un computer aggiornato, efficiente, nuovo di pacca: in sé, un ottimo strumento… se il destinatario sa sfruttarne bene le potenzialità! Può avere fantastici programmi, ma se io non li so usare… Così è per le nostre icone: tutte sono realizzate con il desiderio di portare Cristo, Maria, i Santi alla gente, di renderli più sensibilmente vicini. Tutte ricevono una preghiera di benedizione secondo la tradizione bizantina, in cui si chiede tra l’altro che quanti le accostano con fede ottengano guarigione, consolazione, misericordia e pace da Dio. E dunque sono tutte potenzialmente miracolose… basta attivarle! (…).

Testimonianza di una monaca iconografica

Sono una monaca benedettina dell’Isola San Giulio, per la grazia di Dio da molti anni in monastero; ho incominciato a scrivere le icone nel 1992, un anno dopo la Professione solenne. Ed è stata grazia su grazia. Non ho alcuna formazione artistica, essendo laureata in Lettere Classiche. Mi pare di avere avuto da sempre una predisposizione al disegno, in particolare dei volti di cui riempivo libri, quaderni e fogli volanti fin dalla scuola materna. Non avevo però alcuna pratica di pennelli, eccetto che delle pennellesse per imbiancare, splendido mestiere appreso in monastero. Confesso subito che quando ho ricevuto la proposta di raccontare qual è il mio approccio all’esecuzione dell’icona (propriamente si dice “scrivere l’icona”) ho desiderato deludere per non illudere. La mia in-esperienza artistica infatti ha potuto essere per altre persone motivo di incoraggiamento a intraprendere l’iconografia. Anche il percorso di guarigione interiore, cioè di incessante conversione, che per me si è saldato con lo scrivere le icone, può aver suscitato un desiderio analogo: se non occorre una preparazione o un’attitudine specifica e giova allo spirito, allora ci provo anch’io! Non è così scontato. Ho detto per prima cosa che sono una monaca, e questa è davvero la grazia fondamentale per me. Nel tempo, giorno dopo giorno, ho imparato senza mai finire a cercare il volto del Signore in ogni cosa e sopra ogni cosa. Nei lavori faticosi e sporchevoli, nelle verdure da pulire, nell’obbedienza alla vita di ogni giorno, nella fedeltà sempre rinnovata alla preghiera, nella comunione da costruire e ricostruire incessantemente con le mie sorelle. Su questo vissuto è fiorito gratuitamente il dono di Dio, ma non lo si può pretendere. Mi dispiace quando si fa dell’iconografia uno “status symbol” di realizzazione spirituale: è stravolgerne il significato! E cercare la guarigione interiore nell’arte piuttosto che nell’umile servizio di ogni giorno è rimanere degli eterni malati di egocentrismo. Scusate le premesse che vi sembreranno terra terra, però le icone sono fatte di terra. E nella terra si irradia la luce del Volto. È un lavoro bellissimo, l’iconografia. Ma la vera, bellissima esperienza originante è crescere nella comunione con il Signore attraverso il vissuto quotidiano. Non voglio insomma fare della mia attività in monastero qualcosa di più spirituale rispetto ai compiti delle mie sorelle, o di quanti cercano il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze nelle loro occupazioni quotidiane. Però è pur vero che è un lavoro speciale. Ma non ditelo, per favore! Tu scrivi l’icona e l’Icona scrive te. Fin dal momento in cui cerchi la tavola adatta al soggetto che è stato richiesto e per le persone a cui è destinata, l’icona è comunione di preghiera con altri credenti, che l’hanno chiesta, ed è invocazione della Presenza per altri credenti, a cui è destinata. Poi è tempo di mettersi all’opera, avendo già provveduto alla imprimitura (tela e molte mani di gesso di Bologna impastato con la colla di coniglio) di un certo numero di tavole di legno di tiglio. Tutta la nostra vita monastica è preghiera e ascesi, soprattutto attraverso la continua rinuncia a se stessi. Perciò non abbiamo voluto differenziarci dalla nostra comunità con digiuni particolari legati al nostro servizio di iconografe. Tutte le monache iniziano il lavoro con una preghiera; noi lo facciamo con l’antica preghiera dell’iconografo, in cui si esprime bene la consapevolezza di essere solo strumenti nelle mani del Divino Artefice, e a Lui si chiede la purificazione di tutto l’essere per poter diventare strumenti adeguati. E si parte, sapendo di non sapere, di non saper fare.